La casa famiglia per anziani è una comunità di tipo familiare che accoglie fino a sei persone in un alloggio di civile abitazione, con assistenza di bassa intensità. Il limite di sei ospiti viene dal decreto ministeriale 308 del 2001. Le regole per aprirla le stabilisce ogni Regione: prima di comprare o affittare un immobile va letta la norma regionale.

Questa guida parte dal decreto nazionale e ne mostra l’applicazione in una Regione, l’Emilia-Romagna, che ha pubblicato indirizzi dettagliati. È un esempio di metodo, non la regola di tutta Italia. Niente automatismi.

Che cos’è una casa famiglia e in cosa differisce da una RSA?

Il decreto 308/2001, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 174 del 28 luglio 2001, all’articolo 3 parla di comunità di tipo familiare e gruppi appartamento con funzioni di accoglienza e bassa intensità assistenziale. Accolgono, fino a un massimo di sei utenti, anziani, disabili, minori o adulti in difficoltà per i quali restare nel nucleo familiare è impossibile o in contrasto con il progetto individuale. Devono avere i requisiti strutturali previsti per gli alloggi di civile abitazione. Una casa. Non un reparto.

La RSA è un’altra cosa. È una struttura sociosanitaria per persone non autosufficienti, con presa in carico e quota sanitaria. Il confronto tra le due famiglie di strutture è nell’articolo RSA o casa albergo per anziani: tutte le differenze. Per chi ospita persone autosufficienti in una struttura più grande c’è invece la casa albergo.

Una casa famiglia non è una mini-RSA. Né per legge. Né per organizzazione. Sei ospiti, non sette.

Chi può essere accolto in una casa famiglia per anziani?

Il decreto nazionale è largo. Usa una formula ampia: persone prive del necessario supporto familiare. Il dettaglio sul grado di autonomia lo danno le Regioni. In Emilia-Romagna le linee di indirizzo del 12 luglio 2018 dicono che possono essere ospitate persone autosufficienti o con lieve non autosufficienza, tale da non compromettere in modo significativo lo svolgimento di alcune delle principali attività della vita quotidiana.

Se le condizioni peggiorano, il gestore deve segnalarlo al medico di medicina generale e ai servizi pubblici per la valutazione multidimensionale. Nel documento emiliano la casa famiglia garantisce l’accoglienza in via transitoria, per un periodo non superiore a tre mesi, mentre si cerca una soluzione adeguata. Tre mesi. Poi serve altro.

Perché le regole cambiano da una Regione all’altra?

Perché la legge quadro sui servizi sociali, la 328 del 2000, affida alle Regioni la definizione dei criteri per autorizzazione, accreditamento e vigilanza delle strutture. Lo richiama il preambolo del decreto 308/2001. L’articolo 1, comma 2, aggiunge che le Regioni recepiscono e integrano i requisiti minimi nazionali in base alle esigenze locali, comprese le condizioni di adeguamento per le strutture già operanti.

Il decreto contiene anche una norma di chiusura. Fino all’entrata in vigore della disciplina regionale, i Comuni rilasciano le autorizzazioni all’esercizio dopo aver verificato i requisiti minimi (articolo 4). Quindi il quadro cambia anche nel tempo: una Regione può avere aggiornato la materia dopo il 2001, e spesso lo ha fatto. Controlla le date.

Noi non possiamo dirti quale delle venti discipline regionali si applichi al tuo caso. Per questa guida abbiamo letto il decreto nazionale e le indicazioni emiliane, non tutte le altre. Ci fermiamo lì.

Come si apre in pratica, ad esempio in Emilia-Romagna?

La pagina della Regione Emilia-Romagna dedicata alle case famiglia, aggiornata al 25 ottobre 2024, indica un massimo di sei ospiti e la segnalazione certificata di inizio attività (SCIA) al Comune. Cita come riferimenti l’articolo 36 della legge regionale 11/2018 e le delibere 664/2017, 1423/2015 e 564/2000. Nel documento di indirizzo del 2018 la stessa procedura si chiamava comunicazione di avvio attività: un segnale di quanto i nomi, e a volte i dettagli, cambino nel tempo. Succede spesso.

Secondo il documento di indirizzo, la documentazione da allegare comprende:

  • la carta dei servizi della casa famiglia;
  • la planimetria dell’alloggio con destinazione d’uso dei locali e posti letto;
  • il modello di cartella personale usato in struttura;
  • la scheda tecnica di autocertificazione dei requisiti minimi strutturali e organizzativi;
  • le dichiarazioni sostitutive su condanne penali e misure di prevenzione, rese dal gestore e da ciascun operatore.

Tutto da verificare nella propria Regione. Sempre.

Sul piano strutturale il documento richiama i requisiti delle civili abitazioni in materia di urbanistica, edilizia, prevenzione incendi, sismica, igiene e sicurezza, il certificato di conformità edilizia e agibilità e la certificazione degli impianti. Sul piano organizzativo chiede un coordinatore responsabile, il registro degli ospiti, un progetto individualizzato per ciascuno, un piano per le emergenze, una polizza di responsabilità civile verso terzi e un presidio sulle 24 ore.

Un dettaglio che pesa: se in uno stesso stabile si comunicano più case famiglia, il Comune può chiedere una verifica all’Azienda USL, perché potrebbe essere più congrua un’altra tipologia di struttura con maggiore capacità ricettiva.

Come si verifica la norma della propria Regione?

Nella nostra esperienza di lavoro sui testi normativi, il metodo più sicuro è tenere affiancate norma nazionale e regionale e controllare la data di ogni atto. In pratica:

  • cerca sul portale dei servizi sociali della tua Regione la sezione sulle strutture residenziali per anziani e sull’autorizzazione al funzionamento;
  • chiedi al Comune dove vuoi aprire (servizi sociali o sportello per le attività produttive) quale procedura si applica e quali moduli usa;
  • verifica nel bollettino ufficiale regionale se la delibera che hai trovato è ancora in vigore, o usa la sezione sulla legislazione regionale di Normattiva.

Prima di impegnare un immobile conviene far leggere i requisiti a un tecnico abilitato e, per la parte giuridica, a un professionista. Per strutture più grandi, in Toscana, c’è la guida su autorizzazione e accreditamento delle strutture per anziani in Toscana, mentre il quadro dei termini (autorizzazione, accreditamento, convenzione) è spiegato in RSA e case di riposo: 10 domande con la norma accanto.

Domande frequenti

Serve un’autorizzazione per aprire una casa famiglia per anziani?

Dipende dalla Regione. In Emilia-Romagna le case famiglia fino a sei ospiti non richiedono l’autorizzazione al funzionamento ma una SCIA al Comune. Il decreto 308/2001 prevede che, finché manca una disciplina regionale, siano i Comuni a rilasciare l’autorizzazione all’esercizio. Va chiesto al Comune e letta la norma della Regione. Prima, non dopo.

Si possono accogliere persone non autosufficienti?

Il modello emiliano parla di persone autosufficienti o con lieve non autosufficienza, e prevede una gestione transitoria se le condizioni peggiorano. Per ospiti con bisogni sanitari importanti il modello corretto è un altro, di norma una struttura sociosanitaria con requisiti e autorizzazioni propri. Le altre Regioni possono avere definizioni diverse.

Si può aprire una casa famiglia in un appartamento?

Il decreto 308/2001 richiede per queste comunità i requisiti strutturali degli alloggi di civile abitazione. Contano però destinazione d’uso, agibilità e conformità degli impianti: nel documento emiliano, se l’uso comporta un cambio di classe d’uso o lavori strutturali, gli adempimenti spettano al proprietario o al gestore. Prima di firmare una locazione serve una verifica tecnica.

Quanto costa aprire una casa famiglia?

Non esiste una cifra valida per tutti: dipende da immobile, adeguamenti, personale e requisiti regionali. Le voci da considerare, senza importi inventati, sono nella guida Quanto costa aprire una RSA? Le voci da considerare.

Fonti consultate

Informazioni verificate il 7 ottobre 2026: decreto ministeriale 21 maggio 2001, n. 308, Gazzetta Ufficiale Serie Generale n. 174 del 28 luglio 2001 (preambolo e articoli 1-8; l’allegato A non è stato consultato); Regione Emilia-Romagna, pagina «Case famiglia (per anziani e disabili)», aggiornata il 25 ottobre 2024; Regione Emilia-Romagna, «Indirizzi regionali per i regolamenti locali sulle Case Famiglia», 12 luglio 2018. Le norme regionali cambiano: questa guida è un orientamento e non sostituisce la lettura dell’atto vigente della propria Regione né la consulenza di un professionista.

Stai valutando una struttura piccola in una Regione diversa dall’Emilia-Romagna: sai già quale atto regionale ne definisce requisiti e procedura?

Scarica la guida in PDF: Cos’è una casa famiglia per anziani e come si apre? (PDF)